Posted on | maggio 13, 2011 | No Comments
Moretti nella terra dei cinepanettoni
Lo sapevo che andava a finire così.Glielo avevo detto: Martina, per favore, troviamoci alle nove e tre quarti, anche alle nove e mezza, dobbiamo arrivare in centro, parcheggiare fuori dai viali, camminare fino al cinema, fare il biglietto, arriva in tempo, per piacere. E lei niente: sì, sì, non rompere, alle nove e tre quarti sono lì. E invece niente, è arrivata alle dieci e dieci.
Ce la facciamo ad arrivare dal Pilastro a via Fondazza in venti minuti, con tutte le operazioni di parcheggio, camminata, biglietti, eccetera? No che non ce la facciamo, a meno che non ci piaccia entrare al cinema trafelati, sudati e moribondi.
E allora siamo finiti alla multisala.
Io non ci volevo andare neanche morto, alla multisala. I film di Moretti li ho sempre visti nei luoghi giusti. Là dove vanno visti.
“Caro diario”, per esempio, l’ho visto al rimpianto cinema Apollo, dieci film per diecimila lire, programmazione curatissima, studenti a non finire seduti anche per terra. “Io sono un autarchico”, “Ecce bombo”, “Sogni d’oro”, “La messa è finita”, “Bianca”, “Palombella rossa”, tutti recuperati in una storica settimana di rassegna morettiana al Lumiére, quello vecchio, di via Pietralata. “Aprile”, visto all’Odeon di via Mascarella. “La stanza del figlio”, uguale. “Il Caimano”, al Roma d’Essai di via Fondazza. Dove saremmo dovuti andare stasera, se Martina non avesse fatto tardi. E invece no: a questo punto, l’unico cinema a cui possiamo ambire sapendo di parcheggiare senza problemi è l’innominabile multisala.
Ci fregano così, le multisale. Col parcheggio comodo.
Oh, i film d’autore nella multisale, che grande, splendida esperienza! “Antichrist” di Von Trier visto in compagnia di una ventina di diciannovenni convinti di assistere a un filmaccio dell’orrore. “Man on the moon” con la compagnia dei commenti zotici dei fan di Ace Ventura l’Acchiappanimali. “Milk” tra buzzurri che a momenti urlavano a Sean Penn “‘a frociooo”, o cose del genere.
Io, già mentre faccio il biglietto in mezzo a quelle facce da Natale a New York, prevedo cose orribili. Va bene, il titolo in latino, “Habemus Papam”, forse potrebbe scoraggiare le categorie peggiori. Ma se qualcuno dovesse sbagliare sala? Se mi stessi apprestando alla visione di un film di Moretti accanto a due ragazzini convinti di assistere a “Cappuccetto rosso sangue”? Con il più l’orrido capestro dei posti numerati, senza la possibilità di imboscarsi in un posto isolato, a meno di trovarsi in un cinema vuoto!
E se il titolo attirasse ciellini o papaboys pronti a gridare allo scandalo e alla blasfemia?
Entrando in sala 7, ormai mi aspetto di tutto.
Il cinema è pieno, i posti centrali, e io già guardo con sospetto i vicini di poltroncina. Le due trentenni alla mia sinistra col bicchierone di pop-corn saranno fan di Moretti? Il tipo da solo con gli occhialini forse sì, ma un tipo da solo in genere non fa commenti idioti sul film. La coppia di cinquantenni alle mie spalle? Lei ha l’aria molto idiota. Lui, boh, neutro. Vediamo come va.
Le due trentenni parlano fitto fitto di uomini per tutta la durata dei trailer, il che mi inquieta un po’, ma tacciono appena comincia il film, e questo è buono.
Si comincia con il riconoscibilissimo funerale di Wojtyla. Riconoscibilissimo, dico, perché ha monopolizzato tutte le tv per giorni e giorni.
Ma chi è morto?, chiede l’idiota alle mie spalle.
Boh, risponde il suo lui, Ma che ne so?
Ah, ottimo.
Cominciamo bene.
La trama forse un po’ la conoscete. Naturalmente è stata criticata e stroncata preventivamente da chi il film non l’ha nemmeno visto –ma ne ha comunque proposto il boicottaggio-, ma io ve la racconto per sommi capi.
Morto un papa se ne fa un altro, e così i cardinali si riuniscono in conclave per eleggere il nuovo pontefice. Fuori, in piazza san Pietro, i fedeli aspettano fiduciosi.
Durante le votazioni, leggiamo nei pensieri dei vari cardinali: tutti stanno pensando Non io, signore, ti prego, non io.
Alla fine l’eletto è il cardinale Melville, ovvero Michel Piccoli, che accoglie la notizia con un sorrisetto incerto e gli occhi un po’ terrorizzati. C’è da fare la proclamazione al balcone di San Pietro, dunque. Un cardinale –perdonatemi se sbaglio qualche gerarchia ecclesiastica, non sono molto esperto- si affaccia ai fedeli mentre Melville lo aspetta poco più indietro, pronto a presentarsi.
Il cardinale sta per pronunciare il fatidico Habemus Papam!, quando Melville scoppia in un urlo lacerante: non si sente all’altezza, non è pronto, scappa.
La proclamazione viene rimandata, nello sconcerto del mondo intero. Il portavoce del Vaticano, in conferenza stampa, cerca di dire che il nuovo Papa ha voluto ritirarsi in preghiera prima di accettare l’incarico. In realtà Melville è schiacciato dalla responsabilità, non riesce in alcuna maniera ad affrontare il proprio ruolo.
Viene chiamato in Vaticano uno psicoanalista, il dottor Brezzi -Moretti stesso- ateo, col quale nasce subito una disquisizione tra il concetto di subconscio e l’esistenza dell’anima. Veniamo a sapere di lui che 1) ha la condanna di essere sempre stato definito il più bravo di tutti, il migliore, primo della categoria 2) che ha un’ex moglie, anche lei molto brava, ma non quanto lui, la seconda della categoria, fissata con il deficit da accudimento.
L’incontro con Melville non è semplicissimo: già dover chiamare il suo paziente “Santità” non mette Brezzi a suo agio. Dover fare la seduta con tutti i cardinali intorno, poi, senza poter parlare di 1) sesso 2) infanzia 3) rapporto con la madre 4) sogni, come gli viene intimato, lo constringe a chiedere a Melville se per caso abbia problemi con la fede.
Dopo questa infruttuosa seduta, Brezzi scopre un’altra cosa: per regolamento, nessuno che sia entrato in Vaticano durante il Conclave può uscirne prima della proclamazione. Che non è ancora avvenuta, in effetti.
Brezzi è quindi costretto a rimanere in Vaticano senza nulla da fare, e con un solo libro da leggere: la Bibbia.
Per risolvere l’impasse, Melville viene portato fuori dal Vaticano in abiti borghesi e consegnato, in incognito, alla seconda psicoanalista più brava del mondo: l’ex moglie di Brezzi (Margherita Buy). Non potendo rivelare la propria professione, ovviamente, Melville dice di essere un attore. Scopriamo così la sua vera passione, il teatro, e Cechov, in particolare.
Quando esce dallo studio, a sorpresa, Melville si dà alla fuga, gettando nel panico tutto il Vaticano.
A questo punto, libero, Melville si aggira per Roma, in una città che non vede, immaginiamo, da tantissimi anni, un po’ come lo stesso Moretti faceva in Caro diario. Dovunque, nei bar, negli alberghi, nei ristoranti, c’è un televisore acceso che rimanda le immagini della sconcertante attesa in piazza san Pietro.
In albergo, Melville incontra una troupe teatrale che sta mettendo in scena proprio Cechov, tra cui un attore pazzo che declama l’intero copione a memoria (proprio l’intero copione, non solo le battute!)
Nel frattempo, rinchiuso in Vaticano, Brezzi prima cerca di proporre una sua lettura della Bibbia come testo fondamentale sulla depressione, poi propone di spezzare l’angosciosa attesa organizzando un torneo di pallavolo tra cardinali.
Per celare la fuga del Pontefice, una guardia svizzera di corporatura simile a quella di Melville viene incaricata di risiedere in segreto nelle stanze papali, di agitare le tende di tanto in tanto e accendere qualche luce, per far credere che Melville stia meditando.
Come va a finire il film, vabbè, non lo dico.
Forse vorrete sapere a questo punto come si sono comportati gli spettatori della multisala.
Ebbene:
1) le due trentenni accanto a me si sono mostrate preparatissime. Hanno riconosciuto l’attore pazzo (era il critico culinario del Caimano, nonché il tizio che in “Sogni d’oro” perseguitava il regista Moretti ripetendo “ma alla casalinga di Treviso, al bracciante lucano, al pastore abruzzese, cosa può interessare di questo film?”), e hanno fatto parallelismi tra i momenti musicali degli altri film (“I’m on fire” e “Ti vengo a cercare” di “Palombella rossa”, il ballo sulle note di Gino Paoli in “Ecce bombo”) e la sequenza in cui la guardia svizzera che finge di essere il Papa accende la radio.
2) il tipo solitario con gli occhialini ha dato fastidio controllando di continuo l’iPhone. Uno schermo illuminato che appare di tanto in tanto nel buio della sala sa rivelarsi incredibilmente fastidioso.
3) la cretina alle mie spalle ha riso due volte, quando Moretti chiede se può fare domande sul sesso, e quando uno dei cardinali sbaglia la battuta nel torneo di pallavolo.
Il suo compagno, alzandosi alla fine del film, ha detto solo Mah.
In sintesi, be’, poteva andare peggio.
Comunque, Martina: la prossima volta, al Roma d’Essai!
Il cardinale sta per pronunciare il fatidico Habemus Papam!, quando Melville scoppia in un urlo lacerante: non si sente all’altezza, non è pronto, scappa.
La proclamazione viene rimandata, nello sconcerto del mondo intero. Il portavoce del Vaticano, in conferenza stampa, cerca di dire che il nuovo Papa ha voluto ritirarsi in preghiera prima di accettare l’incarico. In realtà Melville è schiacciato dalla responsabilità, non riesce in alcuna maniera ad affrontare il proprio ruolo.
Viene chiamato in Vaticano uno psicoanalista, il dottor Brezzi -Moretti stesso- ateo, col quale nasce subito una disquisizione tra il concetto di subconscio e l’esistenza dell’anima. Veniamo a sapere di lui che 1) ha la condanna di essere sempre stato definito il più bravo di tutti, il migliore, primo della categoria 2) che ha un’ex moglie, anche lei molto brava, ma non quanto lui, la seconda della categoria, fissata con il deficit da accudimento.
L’incontro con Melville non è semplicissimo: già dover chiamare il suo paziente “Santità” non mette Brezzi a suo agio. Dover fare la seduta con tutti i cardinali intorno, poi, senza poter parlare di 1) sesso 2) infanzia 3) rapporto con la madre 4) sogni, come gli viene intimato, lo constringe a chiedere a Melville se per caso abbia problemi con la fede.
Dopo questa infruttuosa seduta, Brezzi scopre un’altra cosa: per regolamento, nessuno che sia entrato in Vaticano durante il Conclave può uscirne prima della proclamazione. Che non è ancora avvenuta, in effetti.
Brezzi è quindi costretto a rimanere in Vaticano senza nulla da fare, e con un solo libro da leggere: la Bibbia.
Per risolvere l’impasse, Melville viene portato fuori dal Vaticano in abiti borghesi e consegnato, in incognito, alla seconda psicoanalista più brava del mondo: l’ex moglie di Brezzi (Margherita Buy). Non potendo rivelare la propria professione, ovviamente, Melville dice di essere un attore. Scopriamo così la sua vera passione, il teatro, e Cechov, in particolare.
Quando esce dallo studio, a sorpresa, Melville si dà alla fuga, gettando nel panico tutto il Vaticano.
A questo punto, libero, Melville si aggira per Roma, in una città che non vede, immaginiamo, da tantissimi anni, un po’ come lo stesso Moretti faceva in Caro diario. Dovunque, nei bar, negli alberghi, nei ristoranti, c’è un televisore acceso che rimanda le immagini della sconcertante attesa in piazza san Pietro.
In albergo, Melville incontra una troupe teatrale che sta mettendo in scena proprio Cechov, tra cui un attore pazzo che declama l’intero copione a memoria (proprio l’intero copione, non solo le battute!)
Nel frattempo, rinchiuso in Vaticano, Brezzi prima cerca di proporre una sua lettura della Bibbia come testo fondamentale sulla depressione, poi propone di spezzare l’angosciosa attesa organizzando un torneo di pallavolo tra cardinali.
Per celare la fuga del Pontefice, una guardia svizzera di corporatura simile a quella di Melville viene incaricata di risiedere in segreto nelle stanze papali, di agitare le tende di tanto in tanto e accendere qualche luce, per far credere che Melville stia meditando.
Come va a finire il film, vabbè, non lo dico.
Forse vorrete sapere a questo punto come si sono comportati gli spettatori della multisala.
Ebbene:
1) le due trentenni accanto a me si sono mostrate preparatissime. Hanno riconosciuto l’attore pazzo (era il critico culinario del Caimano, nonché il tizio che in “Sogni d’oro” perseguitava il regista Moretti ripetendo “ma alla casalinga di Treviso, al bracciante lucano, al pastore abruzzese, cosa può interessare di questo film?”), e hanno fatto parallelismi tra i momenti musicali degli altri film (“I’m on fire” e “Ti vengo a cercare” di “Palombella rossa”, il ballo sulle note di Gino Paoli in “Ecce bombo”) e la sequenza in cui la guardia svizzera che finge di essere il Papa accende la radio.
2) il tipo solitario con gli occhialini ha dato fastidio controllando di continuo l’iPhone. Uno schermo illuminato che appare di tanto in tanto nel buio della sala sa rivelarsi incredibilmente fastidioso.
3) la cretina alle mie spalle ha riso due volte, quando Moretti chiede se può fare domande sul sesso, e quando uno dei cardinali sbaglia la battuta nel torneo di pallavolo.
Il suo compagno, alzandosi alla fine del film, ha detto solo Mah.
In sintesi, be’, poteva andare peggio.
Comunque, Martina: la prossima volta, al Roma d’Essai!
Category: MOROZZI
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